"De Arte venandi
cum avibus"


“In questo trattato di falconeria è nostra intenzione
mostrare le cose che sono, come sono,
e presentarle come un’arte precisa,
perchè finora sono mancate, in proposito, così l’arte che la scienza.”

(Federico II)


“Vir inquisitor et sapientiae amator”
Nell'ampio orizzonte degli interessi culturali di Federico II va inserito il trattato, di pugno dello stesso imperatore, "De Arte venandi cum avibus" (sull’arte di cacciare con gli uccelli).
Questo trattato, che costituì la base dei successivi studi di ornitologia, risulta particolarmente interessante perchè l’autore, “vir inquisitor et sapientiae amator”, come amava egli stesso definirsi, lasciandosi guidare da procedimenti propri più della cultura araba che di quella occidentale, integrò con l'osservazione e l'esperienza sperimentale la trattazione basata, secondo il metodo classico, sullo studio delle fonti, realizzando una grande opera scientifica, unica nel suo tempo.

A Manfredi, appassionato quanto il padre di caccia e che tanto lo aveva esortato a dare avvio all’opera, Federico II dedicò il suo trattato su cui lavorò quasi trent’anni, “che è un vero manuale di ornitologia ed anche il più notevole testo di scienze naturali del medioevo e forse di tutto il mondo antico.” (M. B. Silorata, Federico II di Svevia. Saggezza di un imperatore, 1993, Convivio/Nardini Editore, Firenze, pag. 29)

Metodo sperimentale ed “auctoritates”
Il “De Arte venandi” denota un grande sforzo intellettuale: Federico si fece scrupolo di leggere tutto quanto era già stato scritto sull’argomento, ma non esitò, nel dubbio, ad avvalersi soprattutto dell’osservazione diretta di molte specie animali, che si faceva inviare dall’Arabia, dalla Spagna, dall’India e da paesi nordici, ed a demolire i luoghi comuni e le imprecisioni, avallati anche dai suoi dotti predecessori.
Egli attinse ai numerosi libri esistenti sulla caccia e sull’addestramento dei falchi, scritti all’inizio del XIII secolo in arabo e francese arcaico, fra cui il “De scientia venandi per aves”, opera del saraceno Moamyn, primo falconiere della corte imperiale, tradotto in latino in gran parte dall’astrologo di corte, Teodoro d’Antiochia, ma anche dall’imperatore, durante le lunghe pause dell’assedio di Faenza.
Federico, tuttavia, trasse ispirazione soprattutto dall'opera di Aristotele ed in particolare dal “De Animalibus”, che era stato tradotto a corte da Michele Scoto.

L’imperatore, però, non si accontentò delle “auctoritates” “ma si industriò di affinare i metodi, privilegiando l’osservazione, l’indagine empirica, e non esitando all’occorrenza a correggere le errate annotazioni dello stesso Stagirita. ... Questa capacità di applicare gli insegnamenti di Aristotele senza però restarne succube è uno dei motivi essenziali per cui il “De arte” dev’essere reputato una notevole impresa intellettuale e scientifica.” (David Abulafia, Federico II. Un imperatore medioevale, Einaudi tascabili, Torino, 1993, pag.224)
Anche durante i suoi viaggi, l’imperatore non perse occasione di ampliare le già vaste conoscenze sulla falconeria. Così, nel corso della crociata, l’imperatore apprese dagli Arabi l’uso del cappuccio per l’addestramento del falcone, che, tornato in Italia, sostituì alla crudele tecnica della cucitura delle palpebre di uso comune in Europa.

L’argomento dell’opera
Tratto tipico del carattere di Federico era quello di cercare un’applicazione pratica degli studi teorici: nel trattato sono riassunti, infatti, decenni di pazienti osservazioni oltre alla grande erudizione dell’imperatore.

Il “De Arte venandi” si apre, così, con informazioni dettagliate su molteplici specie di uccelli, prede come predatori, sulle loro caratteristiche ed abitudini di vita e di riproduzione, confutando molte delle tesi allora in voga ma non supportate da una puntuale indagine sperimentale.
Più avanti nell’opera Federico inizia la trattazione specifica delle varie specie di falchi, delle diverse caratteristiche e dei metodi di allevamento e di addestramento.
Poi l’imperatore passa ad illustrare i metodi di caccia alle varie specie, concludendo la sua opera con un’ampia sezione, andata purtroppo perduta, dedicata alle malattie dei falconi ed ai metodi di cura.
Il “De Arte venandi” è, dunque, molto più di una guida pratica per il cacciatore, giungendo al livello di un documentato trattato di ornitologia in generale.

L’opera fu poi arricchita, sia nell’edizione originale di proprietà dell’imperatore, sia nell’edizione ridotta, oggi in nostro possesso, commissionata dal giovane Manfredi, di splendide miniature, opera di un artista di corte particolarmente sensibile al nuovo stile naturalistico, fedele all’osservazione diretta, anche se proveniente da una formazione artistica bizantina.

Storia del manoscritto
L’assedio di Parma, che l’imperatore aveva stimato breve, si protrasse, invece, in una serie infinita di scaramucce e vendette crudeli sui prigionieri. Il 18 febbraio 1248, infine, mentre l’imperatore e suo figlio Manfredi erano a caccia con i falconi, un attacco inatteso al campo fortificato di Vittoria sbaragliò gli imperiali comandati da Taddeo di Sessa e costrinse l’imperatore a ripiegare su Cremona.
“Il bottino fatto dai Parmensi fu enorme: rubarono tutto il tesoro di Federico, tra cui la corona, il sigillo imperiale, il trono, il famoso manoscritto “De arte venandi cum avibus”, frutto di tanti anni di lavoro ...” (M. B. Silorata, op. cit., pag.205).

Il trattato ebbe due diverse versioni. La prima, in sei volumi, era l’opera originale di Federico predata dai Parmensi. Dopo la morte di Federico, nel 1264, il manoscritto perduto riapparve nelle mani di un milanese, Guglielmo Bottatius, che lo offrì a Carlo d’Angiò, sceso in Italia su invito del papa, dopo di che non se ne hanno più notizie.

La seconda versione, in due soli volumi, era la copia di Manfredi, cui il giovane principe aveva aggiunto poche note di suo pugno. Questo manoscritto, perduto dopo la disfatta di Benevento, riapparve in seguito ed è ora conservato nella Biblioteca Vaticana. Rispetto all’originale, la copia di Manfredi era priva tuttavia di numerosi ed interessanti capitoli sulle malattie degli uccelli.

Caccia: sport regale e scuola di vita
“Tra gli interessi scientifici dell’imperatore un posto a sè stante ebbe comunque la vita degli uccelli, e in particolare dei falconi. L’amore per la caccia, associato a un acuto spirito d’osservazione, sfociò in uno dei massimi trattati ornitologici di ogni epoca.” (David Abulafia, op. cit. pag.224).

Già Ruggero II, re di Sicilia, aveva ordinato ad un falconiere di compilare un manuale di caccia, andato in seguito perduto: l’interesse di Federico per la caccia può essere considerato un aspetto della complessa eredità normanna.
“Il concetto informatore è che la falconeria è degna di ogni sforzo in quanto è lo sport dei re. ... Lo scopo è di migliorare una nobile arte e di ricavare dalla caccia la massima soddisfazione” (David Abulafia, op. cit., pag.227).

Caratteristica di rilievo dell’opera di Federico è, infatti, un’acuta analisi della personalità del falconiere e delle sue doti di audacia, memoria, ingegno, dominio di sè e dei propri istinti.
La falconeria diviene così non solo un nobile sport ma anche un esercizio di vita, di disciplina e di dedizione che prepara l’uomo a più alti incarichi civili, il trionfo della ragione e della volontà umana sulle inclinazioni naturali e sugli eventi.